Good luck Josy!!

Non sono io, Maurizio Ustolin, il protagonista di questa intervista, ma voglio semplicemente spiegarvi perché ci ho tenuto così tanto a farla, e perché ho incontrato con molto piacere Josy Verkonschot a Trieste.

Ho vissuto la seconda parte del canottaggio femminile in Italia in prima persona. Parlo di seconda parte perché la prima, quella tra gli anni '30 e '40 non ero nemmeno nello spermatozoo della dinastia remiera degli Ustolin. Invece, dopo la creazione in Italia del settore femminile nel 1974, io nel 1975 vivevo a Torino, ed assistevo ai primi passi delle donne in barca. Da atleta pensavo che era una bella "invenzione", perché ragazze simpatiche ci accompagnavano in trasferta ed in un ambiente solo al maschile, avevamo la possibilità di socializzare. Si... beh... poi sul posto, già che c'erano facevano anche le gare... Ma a livello internazionale erano davvero un disastro... Nessuno ci faceva caso, si dava per scontato che per incrementare il settore bastava portarle alle gare internazionali. Ma qualcosa non funzionava, perché i miglioramenti non si vedevano. Nei primi anni '80 smisi di remare e passai dall'altra parte della barricata intraprendendo la carriera dell'allenatore, e la molla che fece scattare in me l'intenzione di dare una spinta verso l'alto al settore femminile fu Thor Nilsen... e le sue affermazioni a riguardo: "Le donne italiane nel canottaggio? Il loro compito è fare delle torte e portarle alle feste dei canottieri..." Sì... proprio così si esprimeva, e la cosa mi diede tanto fastidio, perché vedendo le donne all'estero come si allenavano, decisi di provarci. In pochi anni prima con la Nettuno, ma soprattutto con il Saturnia dall'88 in poi, le donne fecero dei notevoli passi avanti, accedendo a finali mondiali (ed a qualche medaglia) juniores e under 23. Accettai all'epoca la responsabilità del settore femminile nazionale che mantenni per una decina d'anni. All'epoca, un altro grosso impulso a continuare me lo diede Giuseppe La Mura, quando seduti sulle rive del Rot See mi chiese: "Ma perché ti ostini a perdere il tuo tempo con le donne? Se dedicassi lo stesso impegno con gli uomini, sarebbe meglio..." Ma io proseguii cocciuto fino al 1996 raccogliendo, con una delle più interessanti vogatrici italiane di sempre, Martina Orzan, la finale olimpica in doppio con Lisa Bertini: credo l'unica finale a cinque cerchi per l'Italia del canottaggio femminile, ad una manciata di centesimi dal podio. Seguii la gara alla televisione nella redazione de Il Piccolo a Trieste, perché per allenare un equipaggio olimpico scelsero un tecnico più esperto del sottoscritto: giustamente. E quando il podio sfuggì alle due azzurre, fu un urlo di rabbia dei giornalisti allora presenti al giornale.

E qui mi fermo, perché mi sono dilungato anche troppo, ma era soltanto per far comprendere con quale entusiasmo ho accolto la presenza di Josy in Italia. Un tecnico al quale vanno i miei più sinceri auguri di portare la nostra nazionale femminile di canottaggio, molto in alto.

Good luck, Josy!


Maurizio: Che cosa rappresenta per te il canottaggio?

Josy: Mi piace molto il canottaggio perché da canottiere l'ho trovato un modo molto bello e pulito per allenarmi e per sfidare me stesso senza elementi di disturbo esterni. Come sport per me è una grande sfida da intraprendere con te stesso e contro te stesso ed è questo che mi affascina del canottaggio. Devi scavare dentro di te per fare tutto quello che è necessario per gareggiare in una competizione, e questa è la ragione per la quale io rispetto molto i canottieri. Perché i bravi canottieri, loro sono... non sono superiori agli altri, sono solo più bravi a sfidare se stessi.

Maurizio: Secondo te, a quanti anni una ragazza dovrebbe incominciare a praticare il canottaggio?

Josy: Questa è una domanda molto interessante perché la mia risposta sarebbe 15. Solo in Italia il sistema è diverso. Così la mia risposta "politically correct" è che per me non è così importante a che età incominciare perché il canottaggio è essenzialmente uno sport post puberale. Non è tanto importante se uno pratica canottaggio prima che si sviluppi completamente, perché  per i livelli più alti, si selezionano solo quelle donne che sono sviluppate completamente: da quel momento potranno iniziare il loro cammino da atlete. Le ragazze che non sono completamente sviluppate non è importante che remino, ma che abbiano un back ground da altri sport. Per esempio in Olanda il 50% della squadra olimpica non ha iniziato a remare prima dei 18-19 anni.

Maurizio: Io credo che uno dei problemi in Italia sia che cerchiamo di reclutare ragazzi e ragazze sempre più giovani, ma che poi però durano sempre di meno.

Josy: Sì.

Maurizio: Se noi invertissimo questo e li reclutassimo più tardi, 15, 16, 17 anni, forse durerebbero di più?

Josy: Sì, perché: per quanto tempo un atleta si interessa di canottaggio? Per quanti anni? Prendiamo due esempi: se una ragazza inizia a 11 anni e smette a 18, si ferma prima che il suo livello possa diventare internazionale. Se inizia a 18 e continua per 8 anni, è più probabile che abbia la possibilità di accedere alle Olimpiadi. Entrambe queste ragazze si allenano per 8 anni. Quindi: sì, sono d'accordo. La selezione da giovani non è interessante per ottenere un canottaggio di alto livello. Anche perché i parametri più importanti del canottaggio non sono l'equilibrio in barca, ma: quanto si è alti, l'apertura alare, l'altezza da seduti, e il peso. Delle ricerche in campo internazionale dicono che solo questi parametri hanno una correlazione con il successo, gli altri non sono importanti, e questi parametri si possono prendere solo una volta che il corpo è "fisiologicamente" sviluppato.

Maurizio: In Olanda, come viene promosso il canottaggio?

J: Allora... in Italia voi avete 200 società, in Olanda ce ne sono solo 100. Di queste 100, solo 20-25 hanno atleti agonisti. Di questi 100 club, 24 o 25 sono società frequentate da studenti. La più grande di queste, in agosto ha 300 nuovi membri di 18-19 anni, un'altra ne ha 150, un'altra 250. Tutte queste società cercano di formare 8+ assoluti, 8+ PL, 8+ femminile. In totale ci sono circa 15 barche esordienti e ci sono gare ogni due settimane da marzo fino alla fine di giugno. In totale ci sono 150 junior/ragazze agonisti. In effetti il sistema è promosso  dai club studenteschi, e sai perché?

Perché ogni giovedì sera c'è un party. Naturalmente non tutti raggiungeranno degli alti livelli, ma è da lì che si parte, perché le società sono prima di tutto un posto dove trovarsi, socializzare. E sono organizzate molto bene anche con gli allenamenti.

M: La tua scelta di venire in Italia è una sfida per te stesso o perché l'Italia non ha avuto risultati fino ad adesso a livello assoluto e forse è un po' più semplice ottenerne?

J: No, io credo sia una grande sfida. Non credo sia semplice ottenere risultati. Ho fatto una scelta, avevo tre offerte: Belgio, Olanda e Italia. In Belgio avrei potuto lavorare solo con tre atlete a livello molto alto ma non mi piaceva l'idea, quella è solo la fine del lavoro. Io voglio essere coinvolto nell'intero processo: dall'inizio alla fine. In Olanda, parlavano con me, ma non mi dicevano niente di chiaro e non mi convinsero. Invece il presidente della FIC mi chiamò e mi disse che avevano bisogno di un grande cambiamento in Italia, ed io capii che era una grande sfida, una sfida che necessita di una grande mole di lavoro e quindi accettai. Ma non credo affatto che sia facile perché  posso avere risultati con le junior o con le under 23, ma con le senior è una grossa sfida. Tuttavia ciò non mi intimorisce, penso sia una cosa positiva. Come allenatore mi diverto ad allenare ed a lavorare con gli atleti e credo in me stesso, quindi ce la faremo in Italia, ma sarà un duro lavoro. Non ritengo che le atlete italiane non abbiano i requisiti giusti, ma credo che le tradizioni e la mentalità del canottaggio italiano siano sbagliate. Le tradizioni non si possono cambiare ma la mentalità delle ragazze sì.

M: Nei Paesi dell'Est, il reclutamento lo fanno nelle fabbriche, nei paesi anglosassoni nelle università, in Italia dove si dovrebbe fare questo reclutamento?

J: C'è bisogno di una combinazione perché non possiamo far sì che il canottaggio sia uno sport d'élite. Non lo è. La storia del canottaggio è di uno sport di lavoratori. Canottaggio è lavoro, non è uno sport da gentleman. Gareggiare è combattere, quindi abbiamo bisogno di una combinazione, non solo di un college di studenti universitari, ma anche di persone che abbiano un livello di educazione inferiore, ad esempio le scuole professionali, ragionieri, periti.... In Italia ci sono Firenze e Pavia ma non tutti accedono all'università, questo non va bene, perché non abbiamo bisogno di un'élite di studenti, ma di un'élite di atleti. Io credo che la combinazione canottaggio/lavoro sia anche possibile per il 95% della gente, in quanto non tutti sono atleti a livello olimpico, ma sono persone che remano per il piacere di remare e noi abbiamo bisogno di più persone, maggiori di 18 anni, che remino per il piacere di remare.

L'assistenza durante l'intervista e nella traduzione dall'inglese all'italiano, è di Chiara Ustolin