Storie di marzo

Il mese di marzo, per i canottieri di mare è uno di quelli un po' speciali.

Alla fine dell'inverno, ma alle soglie della primavera, la fretta di ritornare ogni giorno in barca per la stagione delle regate oramai alle porte, deve fare i conti con l'ora legale che tarda ad arrivare.

E allora sono le levatacce antelucane con l'arrivo in società e l'impossibilità alle volte di uscire causa il vento, oppure il tirar di sera fino all'ultimo barlume di luce per completare il lavoro e schivare quello in vasca o al remoergometro.

E mentre tutto ciò succede, l'odore caratteristico della nuova stagione ai suoi albori ti penetra nelle narici, ti si indossa come un nuovo abito, misto di salmastro e di alberi in fiore che si mischia in una fragranza inconfondibile, che rilancia il pensiero alle prime regate, quelle che assieme agli impegni scolastici ti accompagneranno ancora per qualche mese, per poi lasciare libero spazio alla stagione nel pieno delle sue energie: quella del canottaggio a braccetto con quella estiva.

È di queste sere la presenza dei gabbiani sulla superficie del mare, che si radunano in gruppi numerosi: 50, 100 unità che se la raccontano all'imbrunire. Autentiche chiazze vive che occupano estese porzioni di mare, che solo il sopraggiungere di una prua distoglie il loro frequente vociare.

E allora s'alzano in volo, e lanciano richiami insistenti a chi è rimasto di sotto, volando in perpendicolo sulla testa di chi non s'è ancora innalzato. Non è un volo tutti assieme però, come si fossero messi d'accordo di lasciare qualcuno lì sull'acqua che avvisasse i compagni se il pericolo era reale o potevano ridiscendere atterrando da dov'erano partiti.

Mentre la scia della barca si consuma in tratti sempre più piccoli, fino a scomparire, ed il gorgo delle pale è diventato un puntino impercettibile fino a confondersi con l'acqua, il gruppo si ricompatta, si allarga e si restringe, disegnando in mare geometrie sempre diverse, in attesa che un'altra barca ripassi, che qualcosa o qualcuno brilli argenteo sotto di loro, per muoversi stavolta verso la cena.

Un po' come noi...

Maurizio