Il più bel fallimento della mia vita

Una serata speciale quella di martedì sera nella sede della Società Triestina Canottieri Adria con un ospite d'eccezione, Alex Bellini (socio dell'Adria), che proprio sui pontili del club della Sacchetta ha trovato ospitalità per Rosa d'Atacama, la sua barca, nei sei mesi precedenti la partenza per il Pacifico. Una serata alla quale oltre ad un foltissimo pubblico erano presenti: il Presidente dell'Adria Terrano, il Presidente del Coni provinciale Borri, il Presidente del Comitato Friuli Venezia Giulia Crozzoli, il Direttore del Museo del Mare Vocci ed il vicepresidente della Federcanottaggio nazionale Miccoli.

A fare gli onori di casa l'avv. Biagio Terrano che esordisce: Leggendo il suo curriculum è straordinario individuare in quest'uomo di 30 anni quante cose è riuscito a fare dal 2001 a oggi. Perchè tutto nasce nel 2001, quando si scatena questa forza interiore che lo porta a sfide estreme. Ha cominciato con la Maratona des Sables dove ha scoperto le dune del deserto, nel 2002 e 2004 ha attraversato per due volte a piedi l'Alaska e dopo aver assaporato le dune  e il ghiaccio, voleva scoprire anche la bellezza del mare e dell'oceano. A questo punto si procura un'imbarcazione la Rosa di Atacama di 7 metri e mezzo per 1 metro e 80 di larghezza con la quale allestisce la prima attraversata quella dell'Atlantico, partendo da Genova e arrivando in Brasile a Fortaleza. Non contento di questo, programma la seconda grande avventura: l'attraversata del Pacifico, nel frattempo trova moglie e si trova casa a Trieste. Nonostante tutto questo, la molla per sfidare l'ignoto è talmente grande che abbandona una giovane sposa per dieci mesi 295 giorni di attraversata. A questo punto io dovrei chiedere, e l'ho già chiesto in occasione della presentazione del libro  "Mi chiamavano montanaro", quali sono le motivazioni profonde che spingono un uomo a sfidare l'ignoto, e mi pare di ricordare che in occasione della presentazione del libro Alex ci ha detto che è nel DNA del montanaro, l'uomo di Aprica, l'uomo della Valtellina, la molla propulsiva che lo spinge a sfidare avvenimenti così importanti. L'attraversamento del Pacifico costituisce però un avvenimento ulteriormente importante ed una sfida ancora più grande.

Stelio Borri: quello che è stato fatto è di grande importanza. Con la mente non riesco ad immaginarmi al suo posto. Dopo 20 km mi fermerei. Mi fa paura sentire di queste attraversate. Sono personaggi con una tempra formidabile, una forza di carattere, che è da pochi, ma soprattutto persone con grande capacità trasformata e tradotta in una traversata, in una performance notevole.

Dario Crozzoli: un benvenuto ad Alex a nome del Comitato regionale del Fvg. Trieste è una città di mare, ma anche città di grandi ed illustri canottieri, di importanti società, ci sono cinque società centenarie che hanno lunga storia. Ci onora avere qui Alex che fu già Palmaremo, un'onorificenza conferitagli un paio d'anni fa dalla Federcanottaggio nazionale, a Roma che ha riconosciuto il suo rapporto con il mare e con il remo, che lo ha festeggiato con grandi applausi e grandi riconoscimento. Non sappiamo cosa farà in futuro.

L'Indiano... suggerisce la platea...

Sì, con arco e frecce... risponde Bellini.

Marino Vocci: due brevi considerazioni, Trieste è una città che ha due grandi amori, il mare e la montagna e forse la città di mare più innamorata della montagna. Tu Alex interpreti questi due amori oltre all'altro amore... Francesca...

Noi al Museo del Mare con la manifestazione "Trieste una storia scritta sull'acqua", cerchiamo di mettere in evidenza questo rapporto profondo della città con il mare perché questa è una città costruita sul mare e che grazie al mare è diventata un'importante città europea grazie al contributo delle costruzioni navali, dello sport, della formazione, della ricerca, delle assicurazioni, ed in queste grandi sfide sportive.

Tu Alex sei un po' diventato un cittadino onorario di Trieste e per questo ti ringraziamo. Come Museo del Mare ci sentiamo partecipi di questa tua grande impresa, perché rende onore a questa grande città di mare.

Bellini. Grazie a tutti... però la prossima volta... sedie più numerose... perché andiamo oltre i miei più rosei pronostici in quanto a spettatori, grazie anche a tutte le persone che sono in piedi. Per me è un grandissimo onore e un grandissimo piacere essere qui. Mi presento dopo un anno dalla partenza da Trieste. Individuo in Trieste e l'Adria il mio momento di partenza e di arrivo di questa grande avventura. Il 10 gennaio del 2008 partii proprio da Trieste verso il Perù. Vi chiederete come mai una persona nata in montagna a 1200 metri in Valtellina arriva a spingersi un bel giorno in mare. Credo che la stessa domanda se la sia posta Fogar negli anni 70 quando solcava mari, ghiacci e monti, anche psicologi sportivi s'erano posti la stessa domanda ed avevano condotto degli studi, e il risultato fu abbastanza eclatante, riconoscendo nel fattore Ulisse quel fattore che spingeva gli uomini accettare sfide di questo genere. Ma la cosa più interessante era che questi scienziati riconoscevano in ogni uomo questo fattore Ulisse, in taluni più assopito, in altri meno. In altri è più vivo e più spinto nel cogliere le sfide. Perciò quello che sono io non è tanto differente da ognuno di voi. Ognuno di noi è spinto dalla voglia di ricercare l'ignoto, l'avventurarsi, scoprire per scoprirsi, ed è un po' questo che mi ha motivato a superare dapprima l'Atlantico e poi il Pacifico.

Sono partito da Genova e la mia prima traversata è durata 6 ore, dopodiché causa le avverse condizioni del mare ho dovuto rinunciare.

La seconda volta mi sono trovato nei pressi delle Baleari, quando un black out ai pannelli solari associato a condizioni meteo molto avverse, mi ha fatto naufragare  con tutti i crismi del naufragio  su Formentera ed in quell'epoca era novembre: era come arrivare su un'isola deserta. La prima persona che ho incontrato, che mi ha visto, mi ha detto: "Tu sei il primo italiano che viene a Formentera d'inverno. La prossima volta vedi di arrivare d'estate."

Per la seconda volta il mare mi aveva messo in ginocchio, in mezzo a quel milione di piccoli pezzi che era la mia barca. Lì forse è uscita la vera natura del montanaro, quello che insiste per raggiungere il proprio obiettivo. In quel momento ho messo le basi per un nuovo progetto sono tornato a casa sconfitto sia fisicamente che moralmente, ho costruito un nuovo progetto e sono partito il 18 settembre del 2005 per la traversata dell'Atlantico. Proprio in mezzo all'oceano quando stavo combattendo con i marosi e correnti che mi spingevano a destra o a sinistra, comunicavo con il mio team di terra chiedendogli maggiori informazioni sul miglior periodo dell'anno per attraversare il Pacifico e chi dall'altra parte ha sentito la mia richiesta mi ha risposto:"... pensa a fare quello che stai facendo e non porti nuovi sfide."

In quel momento pormi una sfida successiva era di grandissimo stimolo perché mi portava a dire. "Dai Alex... tieni duro... fai tutto quello che stai facendo, persegui il tuo obiettivo che un giorno ti dedicherai ad altro."

È stata un po' questa la molla che mi ha portato a partire. Anche le motivazioni sono molto cambiate perché all'inizio era soddisfare un desiderio profondissimo, molto forte, di avventurarmi per mare. Per scoprirmi, per scoprire, l'ignoto. Nell'attraversata del Pacifico qualcosa è cambiato, perché le motivazioni erano più da ritrovare nel desiderio mio profondo di portarmi a contatto con la natura nel senso più originario. Una specie di simbiosi con l'uomo che entra in contatto con la natura. Parlo di quando l'uomo viveva nelle caverne, di quando era un tutt'uno con l'ambiente, viveva inserito in un ambiente naturale. La società di oggi ci porta a non considerare più questo aspetto di essere animali prima che esseri civilizzati, e sono anche dell'idea che un viaggio così lungo in un ambiente così ostile come il mare, in totale solitudine ed isolamento, un viaggio così sarebbe arrivato prima o poi a diventare un viaggio introspettivo, in cui si perdeva di vista il senso del viaggio inteso come direzione verso un luogo geografico, assumeva sempre più il viaggio dentro me stesso, un viaggio che porta a riscoprire se stessi, a riscoprire quei lati oscuri del nostro carattere che in una vita quotidiana non siamo abituati a farlo. Sono dell'idea che ogni essere umano siamo governati da due personalità l'alter ego, la storia del dottor Jekill e mister Heide. Nella vita comune emerge la personalità più forte, mentre quella più debole rimane schiacciata dalla prima. In mezzo al mare, dove cadono le maschere, dove una persona si riscopre per quello che in realtà è, escono i lati più deboli, i lati di se che non si credeva di avere. La morale di tutto è che tornando da una avventura come la mia non si scopre di essere l'eroe che ha superato il mare, che ha superato le difficoltà, ed è riuscito a porsi nuovi obiettivi, a seguire, quanto invece emerge la persona molto comune fatta di momenti di pianto, momenti di grande sconforto. È un po' la vita, il mare è una perfetta filosofia di vita, alle volte sei in testa, alle volte ti senti un grande eroe, il giorno dopo invece è tutto da ricominciare da zero... le difficoltà che ti mettono in ginocchio, bisogna porsi dei nuovi obiettivi, non piangersi addosso, ma invece tirare fuori ancora quella briciola di energia che c'è sempre, che va trovata, ma che c'è sempre.

Così come è finita la mia avventura, forse non tutti sapranno che a 60 miglia dall'arrivo ho dovuto prendere una decisione molto importante, ossia, da una parte avevo la possibilità di raggiungere o meglio quella di provare a raggiungere con tutte le mie forze la costa, quella benedetta costa che da 10 mesi cercavo di raggiungere, rischiando la vita, rischiando di fare quel passo più lungo della gamba. Dopo 9400 miglia, le ultime 60 sembrano un gioco da ragazzi, sembra quasi uno se lo meriti, si meriti di fare quell'ultimo passo, dall'altra parte avevo sempre un occhio puntato su quello che era la mia sicurezza in mare. Mi sono sposato il 7 luglio e ciò non mi ha più permesso di vivere e pensare come lupo solitario. Dovevo vivere e pensare tre volte prima di fare qualunque passo. E in quel momento ho accettato serenamente, umilmente, l'idea di non essere in grado di raggiungere il mio obiettivo e accettare anche questo. La mia storia, come una storia di un uomo, può avere mille conclusioni. Abbandonare un progetto a sole 60 miglia dall'arrivo non è stata la più brutta, mi poteva andare molto peggio, invece mi ha portato al di là dell'oceano. L'avventura mi ha fatto scoprire quello che effettivamente era il senso del viaggio per me. Ci sono molte persone che hanno affermato che l'avventura non ha avuto successo. Io replico sempre... sì ma... non ha avuto successo in cosa?... ho fallito in cosa?... Ho fallito forse nel tentativo di suicidio, perché cerco sempre di distinguere tra l'avventuriero e chi invece tenta il suicidio. In quel momento lì dovevo dimostrare a me stesso che avevo capito la differenza e sono orgoglioso, perché ho messo davanti la vita, ho cercato in tutte le maniere di raggiungere il mio obiettivo e alla fine ho detto: io ho fatto quello che potevo fare, oltre, solo rischierei della mia vita. È semplice essere orgogliosi di se stessi quando le cose vanno bene, quando le persone ti acclamano, quando hai tutti i favori delle persone intorno a te. È meno facile essere orgogliosi di sè ed essere felici per quello che si è fatto davanti ad un piccolo fallimento. Nonostante questo io non lo considero un fallimento, e per rispondere a chi mi dice fallimento... io dico che è stato il più bel fallimento della mia vita perché ciò che mi hanno insegnato le ultime 60 miglia non me l'hanno certo insegnato le prime 9400 fatte a remi, con forza, anche con la forza della disperazione che era a spingere.

Èstato quindi lasciato spazio ad un filmato di una decina di minuti, mentre Alex Bellini avvisava:

"Sono immagini semplici, no effetti speciali, il mio desiderio è condurvi passo a passo nella mia traversata."

Alla fine, Bellini riprende il suo racconto commentando anche le ultime immagini:

"Prima la banda italiana e poi gli aborigeni... In Australia sono diventati matti... Mi hanno tributato una bellissima festa di benvenuto e la delegazione italiana a Sidney... molto numerosa, molto forte. Chi mi ha accolto erano tutti emigranti italiani, è stato molto commovente. Erano dagli anni 50 in Australia, ed ognuno di loro ci teneva che io sapessi che loro erano italiani e non riuscivano a dire due parole perché era troppo forte l'emozione di parlare... "Sì, io vengo dalle Eolie..." il carico di emozioni era molto forte per loro. Mi hanno aiutato loro e gli Istituti di cultura a Sidney, il Consolato generale che è stato molto di supporto a Francesca nel momento in cui la lunga attesa, durata ancora di più di quello che uno possa immaginare.

La mia breve carriera di navigatore mi ha fatto conoscere grandi successi, anche prima di diventare navigatore eppure mi trovo sempre più convinto del fatto che l'insuccesso, i grandi sbagli dai quali uno può trarre le più grandi esperienze, sono i più grandi insegnamenti.

All'epoca mi disse Francesca mia moglie: "Qualunque cosa succede in un uomo, bella o brutta che sia, è la cosa migliore per lui." un po' per dire che anche dietro a grandi batoste e amare sconfitte c'è sempre qualche grande insegnamento, da guardare con positività.

Ne sono convinto perché ciò che ho vissuto mi ha portato ad essere una persona  migliore di quella che ero, e questo per me dà senso a tutto il viaggio, a tutte le fatiche ed i sacrifici che ho fatto,

Mi sono strappato dagli affetti famigliari di mia moglie... in realtà è una cosa che più lei tende a sottolineare. Quando ero in mare quasi mi vergognavo di essere lì, di aver accettato l'idea di poter stare così tanto tempo distante da lei. Mi ero sposato sette mesi prima e facendo due conti ho passato più tempo in mare che con mia moglie da sposato e mi vergognavo di questo perché ero e sono dell'idea che un uomo sposato abbia anche l'obbligo di stare vicino alla propria moglie, di dividere la vita con la moglie appena sposata, ma lei ci teneva a sottolineare il fatto che non ci eravamo separati, ma avevamo accettato la sfida entrambi, ognuno vissuta dal suo punto di vista. Quella vissuta da lei non è stata più semplice della mia, anzi, io sapevo benissimo quello che stavo facendo in mare, lei viveva in sospeso tra una telefonata e l'altra. è stata un po' un'avventura di coppia, fatta di momenti belli e brutti, ci siamo anche presi più di una volta il telefono in faccia, non erano sempre rose e fiori, ma abbiamo accettato anche questo con coraggio, sapendo che avremmo dovuto affrontare momenti difficili, però torno a casa più legato a lei, molto più di prima.

Interviene Biagio Terrano: "Volevo farti una domanda... prima hai parlato che il Pacifico per te rappresenta un po' la verifica di quella simbiosi tra il navigatore solitario e la natura. A me viene in mente una canzone di Lucio Dalla che dice che il mare si muove anche di notte, che non sta mai fermo. Vorrei che tu riuscissi a descrivere le sensazioni e le emozioni che si provano di notte quando le stelle le puoi toccare con le dita, quando puoi parlare a te stesso e con le cose che ti circondano. Quali sono in sostanza le emozioni che si provano in una notte in mezzo al Pacifico?

Bellini risponde: "La tendenza generale dell'uomo è lasciare traccia di se e del proprio passaggio. Basta guardarsi alla finestra per capire che c'è un segno dell'uomo in ogni cosa. Invece in mare, proprio perché passati i primi secondi dopo il passaggio della poppa della barca, il mare cancella tutte le tracce dell'uomo, questo mi dava quasi l'impressione di essere la prima persona a solcare quel mare lì e mi dicevo: questo mare così intatto da milioni di anni, terremoti, glaciazioni, cataclismi il mare è così e lo sarà ancora per migliaia di anni dopo di me. Questo mi ha sempre riempito di responsabilità, ho il diritto ma l'obbligo soprattutto, di lasciare il mare intatto così com'era. Di notte certe sensazioni si amplificano perché se di giorno l'avventura è soprattutto fisica, di forza, e mentale, di notte invece l'avventura diventa dal profilo più basso, però molto più carica di emozioni che di giorno. Fai i conti con te stesso, con le tue paure, di notte il mare sembra quasi che possa mangiarti, fagocitarti. Ho imparato come si accetta il lato negativo di un amico, e quindi accettare anche questo aspetto del mare, un po' burbero, un po' brusco, scoprendo che poi non è tutto brutto, perché nel mare di notte uno si sente quasi al centro dell'universo. Nell'Atlantico mentre dovevo descrivere questa situazione dicevo che il silenzio che non è mai totale, quasi si può percepire i movimento dei meccanismi dell'universo. In mare per un così lungo tempo, uno prende la forma del mare, diventa parte del mare, non è più un uomo che attraversa il mare, è un uomo che ha il mare dentro, un essere vivente che vive in simbiosi con la natura. Il mare in apparenza è un elemento senza vita, tranne quelle volte in cui la vita emerge dal profondo, e si scoprono delle cose spettacolari. Se si pensa che le balene possono salire da una profondità di mille o duemila metri, si ha l'impressione come che le balene portassero in superficie quelle stesse molecole d'acqua che noi non potremmo mai vedere o raggiungere e una comunione di elementi, questa cosa che emerge dal profondo, di notte... Il plancton che sfregandosi emette questa luminescenza, alle volte non vedevo i delfini ma vedevo la loro scia che lasciavano nel plancton che si muoveva, erano sensazioni bellissime, difficili da descrivere, perché in quei momenti mi chiedevo come farlo, mi trovavo spesso a dire che due occhi erano troppo pochi per raccontare e per vedere tutto quello che c'era. Bastava alzare gli occhi al cielo per vedere, per capire che ogni tentativo di raccontare era vano. È bello sentirsi parte di questo e sentirsi spettatori di questi spettacoli che si ripeteranno in futuro. La bellezza del mondo vista dal mare non è paragonabile da nessun altro punto di vista, perché è vero che si perde di vista la terra ed è come notassimo tutto da un'altra posizione. Avessimo la fortuna di vederlo, la vita la si vive nel presente, è fatta di famiglia, di amici, è fatta di situazioni anche brutte, per mare è come se uno facesse un passo indietro e vedesse tutto il suo globo e potesse considerarlo. Si acquisiscono anche dei sensi di grandissimo rispetto per il mare, perché ho navigato per 500 giorni, se sommo Atlantico al Pacifico, ed ho scoperto cose meravigliose, altre meno... Ogni singolo pezzo di plastica o legno in acqua che vedevo, lo vedevo galleggiare, mi veniva uno strazio al cuore, dicevo: quel pezzo di plastica nessuno verrà qua a raccoglierlo, magari vagherà per decine di anni per raggiungere una terra emersa o peggio ancora verrà mangiato da qualche pesce. Questo mi portava addirittura a fare tutto il possibile per raccogliere il pezzo di plastica che trovavo o un mio pezzo di plastica che caduto dalla barca con il vento perdevo in mare. Perciò grandissimo rispetto. Mi piacerebbe portarlo a terra perché il mare ci ha dato la vita e dobbiamo prendercene cura, con quelle cose spudorate e sconsiderate che facciamo, noi non ci rendiamo conto che lo stiamo portando ad una soglia che lui stesso, il mare, difficilmente riesce a sopportare. Un piccolo rispetto di ognuno di noi può fare una grande differenza.

Marino Vocci chiede:. Io sono una persona innamorata del viaggio, il viaggio come il piacere del cammino, ma anche il viaggio che ti permette di incontrare mondi, culture, persone, paesaggi, che ti raccontano anche come l'uomo è intervenuto sul paesaggio nel corso dei secoli e dei millenni. In mare il rapporto è filtrato attraverso la solitudine: 300 giorni in mare significa ricevere dal mare un racconto, perché vai in paranoia altrimenti, non dialoghi con nessuno, questo elemento imponente credo ti abbia raccontato qualcosa tra giorno e notte, ma anche attraverso le stagioni perché hai attraversato stagioni diverse, momenti di burrasca. Ma questo mare quando è solo, e tu sei solo con il mare, qual'è il messaggio che ti ha lasciato più forte più intimamente? Questo nostro mondo non ha bisogno di eroi, eroi sono quelli che possono testimoniare un'esperienza, quelli che scelgono la sicurezza e la vita e penso che questo la montagna in questo senso ti abbia dato qualcosa.

Bellini: In parte mi vergogno, ma fa parte della storia. C'è stata una prima parte della traversata in cui ero io contro tutti, io contro il mare, io contro il destino, io contro la singola goccia d'acqua che colpiva il mio occhiale appena pulito... Ero talmente sotto tensione..., talmente la mia vita nelle mie mani..., e questo iniziava a pesarmi molto. Dovevo quasi delegarla a qualcun altro perché da solo non ce la facevo, quando poi il mare si sfogava nella maniera in cui tutti conosciamo, quasi mi chiedevo: "Ma perché a me tutta sta cosa? Perché io... che voglio solo attraversarlo...? Ti lascio così come sei... Ti voglio solo attraversare... Ricordo, e mi vergogno a dirlo, che in alcuni momenti sputavo in mare con l'intenzione di sputare in faccia al mare. Tu mi stai provocando dei dolori e io sono irrispettoso nei tuoi confronti! Una cosa che raccontata qui non ha senso, potete prendermi per matto, ma il contatto costante con il mare mi ha portato a credere che il mare fosse vivo. Era un'autodifesa. Nella seconda parte della traversata, ho iniziato ad accettare questo, e mi dicevo... tutti i momenti brutti della traversata non sono momenti da maledire, ma da benedire, perché tra 20, 50 anni, saranno i primi dei quali mi ricorderò con senso di nostalgia, perché sono quelli che mi hanno messo veramente alla prova, accettando anche del mare la burrasca, accettando di non poter remare per giorni e giorni. Non ho più sputato in faccia al mare, ho sputato in faccia a me stesso quando ho capito di non poter essere l'unico ad attraversare il mare. Alle volte bisogna essere dotati di arroganza e presunzione quando si parte per un'avventura del genere, perché dici, se esiste una persona in grado di fare questa cosa... io sono l'unico, perché voglio prendere coraggio per spingermi, per spronarmi a prendere questa decisione. Da metà traversata in poi, tutto è cambiato, io con..., io attraverso..., io grazie a..., perciò grazie anche alla preghiera che mi ha visto in contatto e comunicazione con un'entità superiore. Ho perso mia mamma nel 1999 quest'anno erano i dieci anni e non mi sono mai sentito vicino a lei come in mare, perché in mare ho iniziato a parlare, parlavo con me stesso, emergeva questo alter ego, mi confrontavo spesso con il Signore. Da metà traversata in poi non c'è stato un momento in cui io non chiedessi aiuto al Signore, nell'Atlantico mi ero addirittura con un nastro adesivo fissato un santino di Padre Pio sull'avambraccio, perché avevo desiderio e bisogno di affidare a qualcun altro la mia stessa vita. Io stesso la consideravo in pericolo e dovevo farlo in quanto non capace di autogestirmi.

In mare durante la traversata ero in compagnia di altre persone, mia moglie per prima, che era la persona con la quale più mi interfacciavo, con il telefono satellitare, inoltre il mio team che mi ha sempre seguito non facendomi mai mancare il suo supporto di giorno come di notte, e poi grazie a strumenti moderni facevo dei collegamenti radiofonici con Radio 2 e Caterpillar che mi ha messo in collegamento con il mondo, mi ha fatto conoscere a tane persone, che sono state fondamentali per non mandarmi psicologicamente alla deriva.

Loro non erano consapevoli di quello che mi stava succedendo mi riportavano serenità... gioia... allegria, sorridevo,... ridevo, siamo stati compagni di viaggio a distanza, mi ha fatto sentire vicino a persone nel momento del bisogno,

Un rammarico è stato il tempo dedicato alla moglie piuttosto ristretto. Potrebbe essere importante nel momento in cui vicino al mare, ci si riconosce, ci si racconta, ci sente migliori e trasparenti con se stesso e con gli altri. Il rapporto con la moglie è un rapporto più di qualità. Meglio avere il marito vicino, molto vicino o un po' di meno ma in modo qualitativamente migliore?

"Preferisco la seconda..." interviene Francesca.

Riprende Alex: "Dopo sposati io credevo che fosse compito di un uomo stare vicino, indipendentemente dalle cose, alla moglie e avevo deciso di non partire più, ma in quelle settimane dopo la decisione era come mi avessero levato la benda... come una pianta che non viene più innaffiata, avevo perso stimoli che mi tenevano in vita in quel momento. Scegliendo poi dopo esserci parlati il Pacifico, non è stata una scelta tra il Pacifico e mia moglie, è stata una decisione presa assieme, perché entrambi crediamo che la vita debba essere fatta anche di ricordi non di rimpianti Forse avrei fatto vivere i successivi anni della nostra vita in maniera quasi insopportabile se io fossi rimasto a terra. Fra 50 anni, continuare a dire... solo se avessi provato... se l'avessi fatto...

"Io infatti te l'ho detto,..." interviene ancora Francesca, "pensa se tra vent'anni ci avresti ripensato..."

Prosegue Bellini: "Privando lei per 10 mesi della mia presenza, torno a casa con più chiarezza, per potermi concedere in maniera più pulita."

E quando la barca si è rovesciata?  chiede Borri.

Spiega Alex: "La barca è studiata con quel profilo per facilitare il suo raddrizzamento in caso di cappottamento, attraverso un sistema di zavorra per tutta la lunghezza della barca: all'epoca era il cibo, distribuiti in modo tale che se si fosse trovata sottosopra, il fatto di avere un baricentro alto, avrebbe favorito il raddrizzamento. Questo era in funzione della stabilizzazione del peso caricato a bordo, negli ultimi mesi quando il peso si è un po' ridotto, notavo che faceva più difficoltà a raddrizzarsi, però ho avuto sempre fortuna, alcune traversate prima della mia, sono fallite per la non opportuna distribuzione dei pesi.

Chiede Terrano: "Per questo tipo di impresa bisogna essere in buona salute... in questi 295 giorni... raffreddore, mal di schiena... qualcosa?

"Niente" risponde Bellini, "...non perché io sia chissà cosa, ma credo che il mare sia un ambiente puro. In mezzo al mare i virus ed i contatti umani, alla base della trasmissione dei virus, non ci sono. E poi credo che un organismo motivato proiettato verso un grande obiettivo ed abbia un atteggiamento positivo verso le cose, si crei quasi delle auto immunità, che lo portano a superare giorni e giorni di piedi zuppi d'acqua, grande freddo e grande umidità. Io sono più soggetto a mal di gola, raffreddori e mal di schiena a terra che non in mare.

Il mal di stomaco... Capitava alle volte di pescare... Mi ero attrezzato con un fucile da pesca ed un piccolo kit per pescare. Sotto la barca nuotavano e vivevano un certo numero di pesci che si cibavano dei cirripedi, delle alghe del mio scafo, io sfruttavo e li pescavo per mangiare qualcosa di diverso dal cibo liofilizzato che avevo a bordo. Le prede erano però molto più grosse di quello che riuscissi a mangiare, palamite lampughe, pesci anche da un metro e mezzo, 4 kg di pesce... da solo ... Non mi andava di buttarlo, facevo allora ciò che potevo per mangiarne di più e poi il resto lo davo in pasto ai pesci. Questo quantitativo era sempre superiore al mio stesso fabbisogno, perciò il mio corpo rispondeva con dei problemi intestinali.

Fino a che punto riesci a preparare mentalmente una performance di questo genere? Chiede uno degli astanti.

"Credo che uno se la deva un po' sentire," dice Bellini, " le persone chiedono come si possa preparare fisicamente e mentalmente... Fisicamente basta fare un'attività fisica mirata a superare le difficoltà tecniche, mentalmente non è molto semplice, perchè da qualche parte nascosto in me c'è quella sicurezza di potercela fare, che poi, alle volte viene smentita, alle volte viene confermata. Sono dell'idea che in qualche maniera bisogna avere una mente un po' "visionaria", perché l'allenamento può essere sia fisico, diretto, sui pedali o ai remi, ma anche mentale. Predisporre il tuo fisico, il tuo organismo ad accettare il movimento che farai, la visualizzazione. Trovo importante visualizzare quello che farò nel tempo, il percepire la fatica, i giorni che corrono: visualizzazione che dà grande motivazione. Quando tu stesso riesci a creare nella tua testa un film che prevede anche l'arrivo un successo, ti può essere d'aiuto in momenti difficili. Per me è semplice perché lo vedo, so di potercela fare, e lo faccio, è un meccanismo così composto. È possibile?, se è possibile ok, io posso fare e lo voglio fare... lo faccio.

Claudia Giacomazzi chiede: "Ho vissuto la tua avventura attraverso Rai Due, Caterpillar. Al venerdì era diventato quasi un  momento magico, perché c'era questo collegamento e tu proponevi le tue avventure della settimana, e sono riuscita a trasmettere queste curiosità, questa passione ai miei studenti. Quando arrivavo in classe mi chiedevano... a che punto è il percorso?, poi seguivamo sul sito la traversata, ti mandavamo i messaggi, e mi ricordo una cosa che ci ha particolarmente colpito: oltre ai momenti difficili, quando si è rotto il desalinizzatore, che eri in panico, ma quello che ci ha colpito... sto per arrivare... non vedo l'ora di arrivare, scendere a terra, andare al ristorante, avere una lista e scegliere.  Ma come facevi con il cibo?

Bellini risponde: "Per spiegare la difficoltà dell'organizzazione della cambusa, pensate di entrare domattina in un supermercato e far la spesa per dieci mesi, bisogna anche riconoscere di che cosa hai voglia di mangiare tra dieci mesi. E non è per niente semplice, a parte il fatto che si possono fare degli errori... In Atlantico l'aspetto dell'alimentazione l'avevo forse un po' sottovalutata. Ma si... farò in qualche maniera..., poi mi è costata una richiesta di soccorsi, e venti giorni dopo ho fatto 5 giorni di digiuno, le forze venivano meno... e comunque in mezzo all'oceano rifornire una barca così piccola come la mia non è la cosa più semplice di questo mondo. Nel Pacifico era mio desiderio dimostrare di aver imparato dall'esperienza precedente e organizzarmi in un progetto più sicuro riguardo questo particolare. Ho delegato l'aspetto della cambusa ad un nutrizionista valtellinese che mi ha seguito dalla A alla Z. La nostra prima missione era individuare il quantitativo minimo di calorie necessarie a me per la sopravvivenza, considerando l'alto dispendio energetico. Considerando questo quantitativo minimo, perché non potevo portarmi scorte per tanto tempo, ...abbiamo suddiviso le calorie cercando di individuare i prodotti che potevano meglio rispondere alle mie esigenze di proteine, carboidrati, grassi ecc... La dieta era divisa in due: da una parte prodotti liofilizzati, molto semplici, a livello commerciale, pasta e fagioli, riso, ecc... pronti all'uso aggiungendo acqua calda. Dall'altra una pasta prodotta dal nutrizionista, una pasta speciale prodotta con farine di legumi e mandorle, a cui aggiungevo dell'olio extra vergine e del parmigiano reggiano liofilizzato, e questo piatto rappresentava per me la giusta combinazione di tutti i nutrienti indispensabili, mi dava il 40 % delle calorie necessarie alla mia sopravvivenza, a questo aggiungevo della frutta liofilizzata, del torrone, dei biscotti con del miele, e non ho avuto problemi di nessun genere.

Il primo piatto sceso a terra?

Un hamburger, neppure tanto buono. Ma la mia gola mi aveva molto anticipato. Nei miei aggiornamenti non mancavo di ricordare che ero goloso di dolci, a me piaceva il tiramisù, le torte, ecc... Il giorno in cui sono arrivato a terra si sono presentati 4 o 5 inviti a ristoranti o case private per degustare il loro tiramisù, o le loro paella, tanto è che durante la traversata sono dimagrito di 15 kg in 10 mesi, e ne ho recuperati 16 in 20 giorni. Non mi sono proprio limitato in niente. Però un po' me lo dovevo...

La prossima impresa?

L'Oceano Indiano... ancora una volta una voce dal fondo...

"L'Oceano Indiano? Eh... eh... a volte penso che l'oceano potrebbe essere il teatro di altre avventure, altre volte ricordo i momenti in cui dicevo... in mare mai più, e me lo sono ripetuto più e più volte. Io per natura sono una persona che sta molto bene al freddo, in Valtellina, l'ambiente montano è quello a me più vicino, e mi piacerebbe in un futuro non troppo lontano tornare a "battere i denti" e stare nuovamente al ghiaccio. Sono giovane, ho tempo da poter fare ancora tanti viaggi, devo sicuramente dare tempo al mio fisico di recuperare questi grandi sforzi. Io fisicamente mi guardo allo specchio e mi vedo integro, invece poco a poco mi ascolto,  di tempo devo ancora darmene, concedermene, torneranno i giorni in cui mi tornerà la voglia di far fatica... La fame di provare ancora una volta ... Solo quel giorno sarà quello giusto per ricominciare.

"C'è un aspetto che non è indifferente..." aggiunge  Crozzoli, "per fare tutte queste cose... c'è la necessità di una indipendenza economica che richiede sponsor ed altri sostenitori, durante prima e dopo. La facilità o difficoltà nel trovarli, per mettere assieme il proprio progetto..."

"Non è certo semplice," conferma Alex Bellini" anzi, è proprio quello che tempra un avventuriero, l'avventura non è quella che inizia il giorno che uno molla gli ormeggi, il giorno che si dice... ok... mi metto a lavorare per... la vera sfida sta nel partire, non nell'arrivare. Sicuramente sono una persona molto fortunata perché la mia passione ha fatto appassionare molte persone che poi hanno mosso gli sponsor che permettono a me di realizzare i miei progetti. Sempre più spesso mi trovo però a condividere questo aspetto con altri avventurieri, magari alpinisti, essendo valtellinese ho molti esempi in montagna, e riscontro molta difficoltà a trovare degli sponsor.

E qui si interrompe Bellini in una serata speciale magica che attraverso le immagini e le sue parole ha fatto rivivere emozioni intense ed irripetibili.

Parafrasando un vecchissimo film di Woody Allen: "Provaci ancora Alex!"